1961: quattro forme di silenzio in Ligeti

Nell’agosto del 1961, Ligeti fu invitato a tenere una conferenza ad Alpbach, in Austria, davanti ad un pubblico di sapienti universitari e d’artisti. Il suo discorso doveva chiudere solennemente una serie di interventi di altri specialisti sulle prospettive d’evoluzione nelle varie arti. Il tema affidato al compositore fu dunque, naturalmente, “l’avvenire della musica”. Davanti a tale responsabilità, Ligeti si consigliò preventivamente con i sindaci di Alpbach e Innsbruck, che in tono affabile, ma molto serio, lo rassicurarono, dandogli carta bianca: “Non importa ciò che dirà, …faccia pure come crede, …qualsiasi cosa andrà benissimo” (questo dissero, a quanto racconta il compositore stesso).

Il giorno della conferenza, Ligeti, rincuorato, salì sulla pedana, scrutò l’uditorio pronto a ricevere la solenne profezia, ma invece di cominciare l’allocuzione, restò in silenzio davanti all’assemblea. I minuti passavano ma il conferenziere non proferiva parola…

I sapienti, delusi ed indisciplinati, cominciarono a protestare sempre più rumorosamente. Ligeti prese allora a scrivere sulla lavagna messa a disposizione alcune indicazioni di tempo e d’intensità, trascrivendole in base ai rumori provenienti dalla sala, o forse con l’intenzione di guidarli musicalmente. L’adunanza di dotti si inferocì, ma il compositore restava muto. Dopo circa dieci minuti, la situazione degenerò definitivamente e Ligeti scese dalla pedana (secondo alcune fonti, fu trascinato giù con la forza).

La conferenza Die Zukunft der Musik (“L’Avvenire della musica”), “provocazione musicale per un conferenziere e il suo uditorio” figura nel catalogo delle opere di Ligeti (con testo originale in tedesco, tradotto in diverse lingue!), alla data 1961, insieme a Atmosphères (per grande orchestra), Trois Bagatelles pour un pianiste e Fragment (per 10 strumentisti).

Nell’agosto del 1961 Ligeti era ancora, a quasi quarant’anni, una (non più giovanissima) promessa, e non ancora il compositore di grande successo che sarebbe diventato in seguito: la prima assoluta di Atmosphères, che contribuì a imporlo sulla scena internazionale, avvenne solo nell’ottobre di quell’anno. La conferenza muta, e lo scandalo che provocò, rappresentavano dunque un rischio reale per un compositore di belle speranze e varie interpretazioni di quell’episodio sono state proposte: provocazione, beffa, happening (era la moda del tempo)…

La morale è invece molto più semplice: quando non si ha nulla da dire, è meglio tacere. La realtà è che Ligeti non aveva idea del futuro della musica: “Ho pensato che, poiché non avevo nulla di valido da dire sull’avvenire – non faccio pronostici e non sono astrologo – non avrei detto nulla”.

Questa è una prima forma di silenzio in Ligeti e in questo atteggiamento irriverente e pudico allo stesso tempo, si coglie la profonda differenza rispetto ad altri compositori. Schönberg, qualche tempo addietro, profetizzava sicuro che la musica dodecafonica avrebbe assicurato il predominio della musica tedesca per i successivi cento anni. E come non pensare a quegli esatti contrari della conferenza di Ligeti (Die Zukunft der Musik…) che sono il testo di Wagner Das Kunstwerk der Zukunft (“L’Opera d’arte dell’avvenire”), scritto un secolo prima, o quello (tra i tanti) di Stockhausen: Zukunftsmusik (“La musica dell’avvenire”), in Texte zur Musik 1991-1998, Band 14 VIII “Über Musik, Kunst, Gott un die Welt” (“Sulla Musica, l’Arte, Dio e il Mondo”)?

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è 6951215_orig.jpg
Filippo Zapponi © F.Z

Un altro celebre coetaneo di Ligeti si è mostrato egualmente poco incline alla modestia, al dubbio e all’autoparodia. Boulez scriveva nel 1952:

Affirmons, à notre tour, que tout musicien qui n’a pas ressenti – nous ne disons pas compris, mais bien ressenti – la nécessité du langage dodécaphonique est INUTILE. Car toute son œuvre se place en deçà des nécessités de son époque.

“Affermiamo, a nostra volta, che tutti i musicisti che non hanno risentito – non diciamo compreso, ma risentito – la necessità del linguaggio dodecafonico sono INUTILI. Poiché tutta la loro opera si situa al di sotto delle necessità della loro epoca”.

Per una coincidenza di date, proprio nel 1952, avviene la prima esecuzione del celeberrimo brano di Cage 4’33’’, durante il quale il pianista David Tudor siede silenziosamente davanti al pianoforte per tutta la durata prescritta dal titolo, invitando implicitamente il pubblico ad ascoltare diversamente i suoni circostanti. Sempre per una curiosa coincidenza di date, “Silenzio” è anche il titolo della raccolta di scritti e conferenze di Cage, uscita nel 1961, l’anno della conferenza di Ligeti. Il silenzio era dunque nell’aria nel 1961, e sempre in quell’anno, Ligeti compone Trois Bagatelles pour un pianiste, vicine dal punto di vista estetico al gruppo Fluxus, che il compositore frequentò, senza però aderire completamente alle posizioni estreme. Il pianista era ancora David Tudor e le bagatelle possono essere così riassunte: la prima consiste in un unico suono, un do diesis grave (accompagnato dall’indicazione dolcissimo), della durata di una semibreve (il tempo è precisamente indicato: croma = 40-48). La seconda (“L’istesso tempo”) consiste in una pausa (semibreve) indicata molto espr. La terza bagatella consiste anch’essa in un’unica pausa di valore identico alla precedente, ma a tempo “Più lento”.

Il passaggio tra una bagatella e l’altra è scandito dal fruscio dalle voltate di pagina (per questo Ligeti raccomanda di non suonare l’opera a memoria!). La fine del ciclo è segnalata dall’inchino rituale del pianista. Prevedendo una calda reazione del pubblico, una quarta bagatella è riportata in partitura, da suonarsi eventualmente come bis. Porta l’indicazione “Tempo primo” e consta di una semplice pausa di semicroma (i bis sono tradizionalmente pezzi brevi!). L’esecuzione delle Trois bagatelles suscita di solito l’ilarità del pubblico e viene spesso, a torto, considerata come un omaggio del compositore ungherese a Cage e al suo 4’33’’, composto come si è visto quasi 10 anni prima. Ligeti ha invece affermato che nel 1961 non conosceva ancora il brano del collega (quest’ultimo, venuto a conoscenza del ciclo, si sarebbe invece risentito e perfino profondamente offeso). L’affermazione di Ligeti potrebbe essere messa in dubbio e venir considerata in senso ironico. Infatti, al contrario dell’americano, che prendeva il silenzio molto sul serio, l’intento di Ligeti sembra essere esplicitamente comico. Siamo dunque davanti ad una secondo forma di silenzio in Ligeti e bisogna in questo caso constatare come anche il silenzio possa essere molto eloquente e veicolare, in due compositori diversi, intenzioni radicalmente opposte…

Sempre nel 1961, Ligeti compone Fragment, per 10 strumentisti, per celebrare i sessant’anni d’Alfred Schlee, il direttore della Universal, l’importantissimo editore viennese di tanti compositori “d’avanguardia” (come si diceva un tempo). Il materiale musicale utilizzato figura in calce alla partitura ed è tratto, come è spesso d’uso in questo di tipo di composizioni d’occasione, dalle lettere del cognome del dedicatario : S C H (L) E E = mi bemolle, do, si, mi, mi, secondo la notazione tedesca. L’organico esatto merita di essere citato: controfagotto, trombone basso, tuba contrabbasso, percussionista, arpa, clavicembalo, piano, 3 contrabbassi. La composizione consta quasi esclusivamente di suoni gravi o gravissimi che producono una sorta di cupo e grottesco rombo sotterraneo. L’intento di Ligeti sembra dunque essere ironico o addirittura sarcastico, piuttosto che celebrativo: Alfred Schlee non aveva infatti degnato di essere presente alle prime esecuzioni di Apparitions e Atmosphères. Ligeti stesso afferma invece di essere lui stesso il bersaglio della parodia e dell’auto-derisione: “Fragment rende Apparitions totalmente risibile”.

Secondo alcuni musicologi l’opera parodiata sarebbe invece Atmosphères. L’aspetto più interessante è invece il rapporto di Fragment al silenzio. All’ascolto si ha l’impressione che un filtrolow-pass/hi-cut sia stato applicato ad un brano orchestrale completo e che tutte le frequenze nel registro medio-acuto siano state ridotte al silenzio, lasciando passare solo i suoni gravi. È forse questo il significato del titolo “frammento”? O forse l’epiteto allude, in modo più tradizionale, ad un’isola di suono che emerge sola dal vasto oceano silenzioso dell’incompiuto? Ma un’altra interpretazione merita di essere avanzata. Enzo Restagno traduce una conversazione di Ligeti con Josef Häusler, avvenuta nel 1968. Il compositore racconta:

Per rendersi conto della mia condizione bisogna pensare un momento alla situazione particolare dell’Ungheria e degli altri paesi dell’Est all’inizio degli anni Cinquanta. Eravamo completamente isolati da tutto quello che accadeva nella vita musicale dell’Europa occidentale. Casualmente mi era capitato di ascoltare alcune trasmissioni notturne del Bayerische Rundfunk e si trattò di impressioni singolari perché le emittenti tedesche, specialmente quelle occidentali, venivano disturbate non con la musica ma con le notizie. E disturbati erano anche i programmi notturni. […]. Verso le undici ci si metteva con una certa eccitazione in cerca delle stazioni radio e tra le undici e la mezzanotte si riusciva a captare qualcosa. Mi capitò così di ascoltare dei brani di Messiaen, di Fortner, di Henze e anche di Boulez, Stockhausen, Nono e molti altri, ma l’ascolto si limitava per lo più ai suoni acuti; tutti gli altri venivano inghiottiti dal fruscio.

…ma l’ascolto si limitava per lo più ai suoni acuti; tutti gli altri venivano inghiottiti dal fruscio.

Ecco che un’altra di forma di silenzio, sotto forma di filtro, di rumore, di mascheramento, diviene parte indelebile e indissociabile dell’esperienza d’ascolto del giovane Ligeti. Forse si potrebbe leggere Fragment come il rovesciamento, l’esatto negativo fotografico, di quelle lontane esperienze. Qui ad essere filtrate ed inghiottite dal silenzio sono invece le frequenze acute, e restano solo quelle gravi, così crudelmente assenti nelle emissioni radiofoniche disturbate degli anni Cinquanta in Ungheria e affidate solo alla fervida immaginazione degli ascoltatori clandestini.

Silenzio dunque come assenza provocatoria di propositi pertinenti, come veicolo d’ilarità e come filtro. Ma la forma di silenzio più gravida d’avvenire è quella che chiude Atmosphères, la composizione di gran lunga più importante di quell’anno 1961. Il brano raggiunse una fama inaspettata anche grazie al fatto che fu utilizzato nel 1968 da Kubrick nel film 2001: Odissea nello spazio, (il regista utilizzò parecchi altri brani del compositore in questo ed altri film) ed è interessante notare come questa incursione involontaria nel mondo del cinema risulti essere il vertice della carriera di Ligeti, volendo dar credito alla maggioranza dei necrologi usciti alla morte del compositore…

Atmosphères è uno studio orchestrale sulle grandi superfici sonore, dove la percezione delle singole note e degli intervalli si perde a profitto della texture globale. È allo stesso tempo uno studio sull’immobilità acustica, sulla staticità di superficie che nasconde in realtà un brulicare nascosto e inaudibile. Ligeti suggerisce l’immagine di un bosco che è immobile se visto da lontano, ma all’interno del quale tutto si muove (avvicinandosi si possono osservare le foglie stormire al vento…). Il materiale musicale è composto in gran parte da enormi cluster – densi e compatti aggregati sonori – e da una micropolifonia, una trama polifonica densissima cha evoca una spazio sonoro saturo. In circa 9 minuti non un silenzio, una pausa emergono da questa impressionante massa compatta. Tranne che nell’ultima sezione, costituita esclusivamente da silenzio. La forma di Atmosphères può essere infatti analizzata come una successione di sezioni timbriche, delle quali l’ultima è la più estrema: l’assenza di suono intenzionale. Assenza precisamente misurata (circa 19 secondi) e notata in partitura. Come se tutti i silenzi e i “respiri”, così importanti per la musica, assenti dallo spazio claustrofobico precedente, fossero raggruppati alla fine, in un cluster immaginario di silenzio. Oppure come se il processo di evaporazione sonora messo in atto nella sezione precedente continuasse, ma non fosse più udibile per i limitati sensi umani.

Un silenzio da interpretarsi dunque. Un silenzio aperto.

Ascolta, figlio mio, il silenzio. È un silenzio ondulato,
un silenzio,
dove scivolano valli ed echi…

Quest’immagine di García Lorca ben si addice alla musica di Ligeti; e con Atmosphères chiudiamo dunque i silenzi dell’anno 1961.

Ma questa idea di epifania del suono che dal silenzio appare e nel silenzio scompare sarà portata avanti nelle opere successive di Ligeti – in modo particolarmente suggestivo in Lontano (1967) per orchestra – tanto da diventare una sorta di firma del compositore. A titolo d’esempio, alla fine di Ramifications (1968-69) per orchestra d’archi, sono presenti ben 5 misure vuote in cui il direttore, secondo le indicazioni riportate in partitura, deve continuare a battere il tempo, in un certo senso dirigendo il silenzio. Il Quartetto per archi no 2 (1968) si apre invece con una misura vuota, accompagnata dall’indicazione: “silenzio assoluto”.

Il silenzio irrompe invece talvolta bruscamente nel flusso sonoro, come se questo fosse interrotto senza preavviso da una forza invisibile. Innumerevoli composizioni di Ligeti presentano questa caratteristica, basti citare Hymnus, il settimo movimento del Hamburgisches Konzert, aggiunto agli altri sei nel 2002, e ultima composizione di Ligeti. La battuta finale porta l’indicazione: “Stop suddenly (without an accent)”. Fermarsi improvvisamente…

Ma l’ultima e più drammatica forma di silenzio invade Ligeti nel 2002 e lo accompagna fino al 2006, anno della sua scomparsa. Come Ravel, il compositore riesce ancora a pensare musicalmente, ma il declino delle condizione fisiche e i problemi neurologici di cui soffre gli impediscono di realizzare le composizione progettate. Così non potremo mai udire l’opera Alice in Wonderland da Lewis Carroll, sogno d’infanzia che il compositore evocherà fino alla fine dei suoi giorni, o un terzo quartetto, o altri tre studi per pianoforte. Tutti progetti che Ligeti ha menzionato a vari interlocutori, ma che saranno per sempre destinati al silenzio.

Filippo Zapponi,
Strasburgo, giugno 2019

© Copyright – All rights reserved