Il Silenzio

La nuova edizione di EstOvest Festival-Le Strade del Suono, rassegna dedicata alla musica contemporanea, che andrà in scena tra Piemonte e Liguria nell’autunno 2019, avrà come tema principale Il  Silenzio.

Abbiamo fatto qualche domanda ai due direttori artistici Claudio Pasceri (EstOvest Festival) e Matteo Manzitti (Le Strade del Suono), per capire l’origine di questa scelta e farci raccontare che cosa voglia dire per loro raccontare il silenzio.

Le tematiche da voi scelte sono spesso legate ad un modo di intendere la musica, sia come ricerca che come esperienza. Come mai quest’anno avete scelto il silenzio?

Claudio Pasceri: Il Silenzio è un’esperienza straordinaria. In musica ed al di fuori di essa. In una manifestazione oramai estesa e con svariati appuntamenti come EstOvest- Le Strade del Suono , il tema del Silenzio può essere affrontato da molti punti di vista. Ci possono essere approcci stravaganti, provocatori, ma anche interiori e riflessivi. Il Silenzio può essere placido e sereno, ma anche drammatico e teso. Anche sul piano più propriamente tecnico-musicale il Silenzio può acquisire valenze assai distinte nell’esperienza  compositiva, fino a raggiungere con un autore come Beethoven una densità probabilmente mai conosciuta prima e mai eguagliata in seguito.

Matteo Manzitti: Perché è un generatore di significati molteplici, come ogni grande categoria.
E di conseguenza può essere preso come punto focale intorno al quale raccogliere tutta una serie di esperienze musicali e artistiche. Nel primo anno abbiamo affrontato la categoria del racconto, della narrazione. Quest’anno volevamo esplorare un elemento che in un certo senso contrastasse e/o arricchisse quello dell’anno precedente, ma che avesse in comune con quello la non immediata associazione al mondo del suono e della musica. Così come infatti si dice spesso che la musica è a-semantica e quindi incapace di raccontare, si dice altrettanto spesso che il suono e il silenzio sono due fenomeni antitetici. Ecco, nel nostro Festival queste asserzioni vengono messe decisamente in discussione…

Matteo Manzitti ©

Parlando di musica e silenzio, non si può fare a meno di pensare all’esperienza e alle teorie di John Cage in proposito: il silenzio è parte integrante di una composizione? Che ruolo riveste? Come è stato utilizzato?

Claudio Pasceri: L’uso che un musicista può fare del Silenzio è assai personale. Maggiori sono la competenza compositiva ed il controllo della materia, più connotato e significativo risulterà il brano musicale. Come accennavo, la situazione più comune è che il Silenzio possa  tendere verso due poli. Alternativamente, il Silenzio può avvicinarsi alla rarefazione, alla distensione, alla dispersione del Suono o, viceversa, alla tensione emotiva, può rappresentare quanto il suono stesso non riesce ad esprimere, può colmare la distanza tra volontà e pienezza.
Il Silenzio può dunque in qualche modo essere una forma estrema di Suono, un confine espressivo straordinario , oppure delimitare i confini, sancire la conclusione di una  parabola musicale.
Credo che i grandi musicisti sappiano fare un uso esteso del Silenzio, ma che, in un’accezione identitaria più profonda, ciascuno di loro concepisca un solo Silenzio, si identifichi in una sola dimensione privilegiata che lo contempli. Se penso a Schubert ed al Silenzio immagino una precisa condizione, altrettanto se penso a Monteverdi o ad Arvo Pärt.In fondo il Silenzio parla del rapporto con la vita e con la morte, è difficile che un individuo abbia più di un’opinione  al riguardo.

Matteo Manzitti: Io distinguerei due visioni del silenzio, per fare davvero un ragionamento di carattere musicale.
Possiamo vedere il silenzio come assenza di suono, e allora ovviamente l’interesse sta nello scoprire le varie funzioni che quest’”assenza” può ricoprire all’interno di un brano (da una forte tensione drammatica generata da una pausa al culmine di un crescendo, alla progressiva rarefazione di una linea musicale sempre più inframezzata da vuoti sonori); oppure possiamo vedere il silenzio come silenzio nel suono e silenzio del suono, sviluppando un pensiero quindi laterale e non più logico-binario che vedrebbe il silenzio come uno stato che costitutivamente può solo alternarsi al suono e mai verificarsi simultaneamente. Pensiamo invece che il silenzio come vuoto, mistero, evocazione, assenza, può informare e plasmare la vita del suono stesso.

Normalmente il silenzio (non assoluto) permette di percepire suoni diversi, inaspettati, insoliti. Vi interessa questo aspetto?

Claudio Pasceri: Sicuramente, soprattutto per certi autori, il Silenzio è una forma di scoperta, è  mettersi in ascolto con maggiore predisposizione. È, se si può dire così, una forma di Silenzio “verso l’esterno “, un Silenzio che viene generato da ciò che ci circonda e non dalla nostra interiorità. Spesso rappresenta la natura , il mondo circostante.
Detto questo, ci sono musicisti straordinari ed unici, come Messiaen , che riescono a legare insieme la vita interiore con l’elemento esterno . Nella musica di Messiaen il tempo si dilata, si ferma, esplode , pulsa ;  ne deriva un rapporto nuovo , estraniante tra Suono e Silenzio, quasi non ha più grande significato tracciare una demarcazione tra l’uno e l’altro.

Matteo Manzitti: Il silenzio è anche quello che Michel Sehr chiamava il “rumore di fondo”, che sempre secondo Sehr può coincidere, forse, con l’essere.
Più in generale è giusto dire che l’esperienza del silenzio per come lo propone questa domanda è sempre l’esperienza del polo “negativo” del suono, del suo sfondo, della sua ombra. 

Qual è la principale forza del silenzio?

Claudio Pasceri: Il Silenzio, che rappresenti la quiete e la distensione o , all’opposto, il dramma e la tensione, è soprattutto sinonimo di limite , di momento estremo di un processo musicale. Il Silenzio è uno spartiacque tra il prima e il dopo, è determinante per sua natura.

Matteo Manzitti: La sua capacità magentica, la sua forza.
Il Silenzio dimostra spesso che nel suo vuoto vi è più energia che in tutti i pieni possibili, l’esperienza del silenzio è sempre l’esperienza di una forza maggiore e nello stesso tempo invisibile che agisce sull’ascolto.

Se immagino il silenzio, penso ad un meccanismo di sottrazione. E’ questo il procedimento usato in composizione?

Claudio Pasceri: È una possibilità quella della sottrazione, sicuramente molto efficace . La capacità di un compositore di gestire il rapporto tra Suono e Silenzio, tra ritmo e pausa, determina la qualità del percorso narrativo. La lunghezza del respiro, del “fraseggio”, dipende in grande misura dalla distribuzione di “pieni e vuoti” scelta dal creatore, dalla distribuzione di “pieni e vuoti” scelta dal creatore, dalla sensibilità con cui ha tracciato il percorso.

Matteo Manzitti: E’ una delle strade: la composizione può anche fare esperienza del silenzio senza per forza avere una direzionalità, il silenzio può essere anche la presenza di uno sfondo che si fa figura, essendo quindi immanente al discorso musicale

Se da un lato poniamo il silenzio, all’estremo opposto che cosa troviamo?

Claudio Pasceri: Può esserci il frastuono, il caos. Ma anche il Silenzio, nuovamente. In autori come Michaël Levinas, ospite del Festival 2019, la valenza filosofica , esistenziale, del concetto di Silenzio raggiunge vette straordinarie , è commovente nel suo rigore intellettuale. In Sciarrino invece è come se il Silenzio fosse in ogni nota, in ogni suono, in potenza; l’equilibrio tra Suono e Silenzio è delicato, è come se fossero entrambi costituiti dalla stessa materia.
Insomma, credo che la tematica del Silenzio suggerisca molte strade e possa accompagnarci in percorsi molto interessanti e distanti tra loro. Mi auguro che il Festival possa offrire un quadro ampio al riguardo.

Matteo Manzitti: Il rumore, ma in un senso molto particolare, in quanto ovviamente anche il silenzio può essere rumoroso. Ma all’estremo opposto del silenzio troviamo un rumore disorganizzato, quello che in realtà ci circonda tutti i giorni. E’ un rumore” egoista” e non relazionale. La più bella definizione me la diede una volta un bambino: “quando ognuno fa un suono ma solo per conto suo”.

Intervista di Tomaso Boyer

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