J S Bach e Artur Zagajewski

L’edizione appena conclusasi di Asiagofestival ha avuto come compositore ospite l’affermato musicista polacco Artur Zagajewski

Presso la Sala Consiliare del Comune di Asiago, Zagajewski è stato particolarmente abile, nel corso di un incontro a lui dedicato, a parlare di sé e della propria musica. Il compositore polacco ha lasciato affiorare con delicato rigore quelle che sono le linee guida del suo lavoro creativo ed allo stesso tempo, attraverso piccole e suggestive provocazioni, ha fatto capire quanto le sue partiture  rappresentino la sua biografia, la sua storia, il suo percorso di individuo oltre che di musicista.

Artur Zagajewski è originario del Voivodato di Lodz, città dalle mille vite e dalla forte connotazione industriale. Nella sua musica egli racconta anche questo, racconta l’acciaio, gli ingranaggi, la ripetizione meccanica. I richiami ad un contesto industriale e le prassi minimaliste che adotta con costanza (e che presso altri autori appaiono spesso algide e scontate), potrebbero far pensare ad un musicista assai differente da quello che è in realtà Zagajewski. Egli è  un compositore di estrema sensibilità e dalla pacata e fluida vena narrativa; le sue macchine, i suoi suoni, i suoi ritmi imperterriti hanno una vita, un’anima drammaticamente pulsanti e profondamente umane.

Un brano che mi ha colpito particolarmente e che ho sentito l’esigenza di ascoltare più volte nei giorni successivi all’incontro di Asiago è Brut, per violoncello solista e piccolo ensemble barocco (clavicembalo incluso). Forse il vero ingranaggio, il vero meccanismo in questo brano è di natura umanistica e risiede nella complessa stratificazione di elementi giustapposti e nella sedimentazione di codici che confluiscono in un’esperienza sonora ad un tempo naturale e liquida come pure densa e nervosa.

Brut è un brano particolare e la carica emotiva che sprigiona è  notevole, immediata ed immanente. Trovo che in grande misura l’intensità del flusso musicale sia legato a un rigore, a una costanza inesorabili, senza tempo, così vicini ad una dimensione bachiana dell’arte compositiva. Un’architettura solida e netta entro cui far scorrere fluidi musicali incessanti.

 Il richiamo a Bach risiede inoltre nell’aderenza  tra esigenze riguardanti il destino della composizione ed asciuttezza delle modalità messe in campo per realizzarla. Se Bach scrive tanto le Suites per violoncello solo quanto i Concerti Brandeburghesi , durante il soggiorno a Köthen, tenendo ben presenti le limitate doti del proprio signore (il Principe Leopold è un modesto suonatore di viola da gamba), altrettanto fa Zagajewski in Brut. Il compositore polacco scrive per un violoncellista di eccezionale talento la parte principale dell’opera , si tratta tuttavia di uno strumentista che il destino ha menomato profondamente. Il violoncellista Dominik Polonski è nel 2014, all’epoca della prima esecuzione di Brut, definitivamente paralizzato nella parte sinistra del corpo, egli può utilizzare esclusivamente l’arco, non la mano sinistra nelle sue interpretazioni. Partendo da queste limitate possibilità tecniche ed espressive (almeno tali potrebbero apparire)  Zagajewski imbastisce il proprio lavoro. Così come un architetto si confronta col genius loci di un determinato territorio, così Zagajewski approccia la composizione musicale pensando a Polonski. Il risultato è di vibrante bellezza e di commovente intensità; il rigore del costruttore non ostacola, anzi sostiene la partitura verso possibilità espressive altrimenti irraggiungibili, un raggio d’azione circoscritto non impedisce al creatore musicale di esprimersi appieno.

Brut è una composizione incandescente e  proporzionata, semplice e profonda, meccanica e libera, Artur Zagajewski ha scritto una bellissima pagina di musica.

Claudio Pasceri e Artur Zagajewski (credit: Giovanni Brazzale|Asiagofestival 2019)

Claudio Pasceri, musicista e Direttore Artistico EstOvest Festival

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Immagine in evidenza dal sito di Artur Zagajewski