La Repubblica In.Nova Fert

Quando decisi di invitare il Collettivo In.Nova Fert ad EstOvest Festival, commissionando un brano per percussioni e quartetto d’archi, non avevo sentito una sola nota scritta da questo gruppo di brillanti musicisti/ pensatori con base a Bologna . Con ciò non ho pensato nemmeno per un istante di compiere un gesto azzardato o poco ponderato, In.Nova Fert mi aveva convinto pienamente. Avevo letto di una stagione musicale  all’interno della quale erano responsabili dell’organizzazione di un certo numero di episodi , tra concerti e conferenze. Osservandone i contenuti , sono rimasto talmente colpito dalla competenza, dall’energia, dalla qualità di ogni percorso musicale intrapreso e dal profilo degli ospiti da loro invitati , che mi sembrava di veder emergere da quelle scelte un rigore  ed una maturità artistica fuori dal comune.
Non avevo nessun dubbio , Livia Malossi, Marco Pedrazzi, Alessio Romeo e Diego Tripodi avrebbero arricchito il messaggio che EstOvest Festival intende veicolare da ormai quasi vent’anni.
Marco Pedrazzi, membro di In.Nova Fert, era mio allievo presso l’Accademia di Musica di Pinerolo. È con lui dunque che abbiamo fatto le prime considerazioni rispetto al progetto Inizi , dalla residenza artistica del Collettivo durante l’estate 2019 sino a quanto accadrà venerdì prossimo 17 novembre, quando il percussionista Tete Da Silveira e il NEXT-New Ensemble Xenia Turin tradurranno in suoni un’esperienza che ha arricchito me per primo. Dia Logos.

Claudio Pàsceri, Direttore artistico EstOvest Festival

Quando Claudio Pasceri ci chiese di lavorare a un pezzo per quartetto d’archi e percussione in cui il percussionista non potesse fare altro che improvvisare, la sorpresa fu superata solo dalla richiesta di comporre il pezzo collettivamente, ossia non più, come avevamo fatto in passato, riunendo pezzi diversi composti autonomamente – sebbene legati da un sottile filo -, bensì componendo un pezzo collettivo, a otto mani. Tale richiesta aveva suscitato in me non poche perplessità, non tanto in relazione ad un possibile soffocamento dell’arbitrio individuale, quanto per il timore che l’equilibrio complessivo del lavoro potesse essere irrimediabilmente compromesso. Comporre musica significa prima di tutto – come sempre nella vita – effettuare delle scelte la cui riuscita, o il cui fallimento, emerge a distanza, quando sono germogliate e hanno intrapreso la propria via. Queste scelte avvengono sempre in modo solitario, in modo che, trovata l’idea, ci si prenda la responsabilità individuale di decidere il modo in cui plasmarla e di pianificarne il futuro. Ma qui l’idea era inesorabilmente condannata a passare come staffetta dalla mano di uno a quella dell’altro, senza che chi l’avesse avuta potesse più disporne in piena libertà. Verdi scriveva che «se l’opera è di getto, l’idea è una», ma mi sentirei di invertire i termini dell’ affermazione: se l’idea è una, l’opera è di getto. E qui, nonostante qualsiasi coordinazione e progettazione collettiva, l’idea non poteva che essere multipla, e il rischio che l’opera non sembrasse di getto, ossia che la campata mostrasse delle falle, confesso che l’abbiamo corso più volte. Se l’esito sia stato completamente positivo solo la prima esecuzione saprà dirlo, ma ho dovuto ritrattare la mia diffidenza: non solo è possibile comporre un pezzo a otto mani, ma anzi presenta pregi insostituibili. C’è sicuramente qualcosa di assai formativo nel trovarsi in una residenza in cui, mostrando agli altri le proprie idee ancora in fasce, ci si espone vicendevolmente a un giudizio sincero e, per una volta, il sorvegliante coincide con il sorvegliato. Tuttavia sarebbe davvero poca cosa ridurre a una esperienza tutta privata il valore dell’operazione. Ciò che ha valore artistico – che è in fondo ciò che più conta – , è che l’idea che emerge dalla penna di uno, accolta dall’altro assuma una fisionomia che chi l’aveva avuta, gioco forza rinchiuso nella propria forma mentis, non sarebbe riuscito a dargli, imparando a parlare un’altra lingua. A quante strade sono state aperte queste idee, facendole uscire dai loro angusti confini! Questo è stato possibile per una virtù che trovo innegabile e che di rado si riscontra in altre esperienza analoghe: a differenza di altri collettivi, il nostro non è sorto da una scelta militante. Non crediamo di sapere che cosa sia giusto fare o che cosa sia sbagliato fare, e anzi nel nostro gruppo convivono predilezioni, idiosincrasie ed esperienze piuttosto lontane le une dalle altre e su cui al più scherziamo, ma che mai ci sogneremmo di calpestare. Tale rispetto per l’altro è stato preservato all’interno dell’opera, in cui il singolo mantiene la propria viva voce e libertà di dire ma guadagna al contempo la forza dal dialogo con gli altri: è, oltretutto, un bell’esempio di civiltà.

Alessio


Non ricordo esattamente come e da chi sia partita l’idea di collaborare nella composizione. Ma trovo che questa mia amnesia, considerata l’origine comunque assai recente del progetto, sia assai indicativa. Sia una prova sufficiente della riuscita nell’intento di creare una entità autonoma e produttiva in cui si fondano le nostre sensibilità. So di per certo e ricordo – altrimenti sì, sarei da immediato ricovero in neurologia – che i nostri due soli precedenti di firma collettiva si contentavano della formula più immediata di una somma di singoli contributi. Che, come è facilmente intuibile, è ben altra cosa. Personalmente, quindi, ho vissuto e vivo questa esperienza con grande naturalezza e, oserei dire, necessità. Inoltre, forse per la buona sintonia con i miei compagni o forse per la finora fortunata combinazione dei casi, senza accusare il problema della libertà individuale. Innanzitutto, credo che l’argine più forte a questo timore stia nella autonomia con cui ognuno di noi quattro porta avanti la sua propria esperienza compositiva, che ha vita parallela al collettivo, con maggiore o minore soddisfazione, ma pur sempre autosufficiente. Non mi sembra di essermi mai posto problemi di limitazione alla mia libertà che non fossero quelli di qualunque iterazione con altri esseri senzienti, ossia di rispetto e di sforzo di comprensione di mondi che non siano noi stessi e con cui ogni giorno ci troviamo a interagire. La stima e l’amicizia, poi, certamente facilitano questo compito. Cosa potrei dire? Che le mie peculiari convinzioni musicali o estetiche vengono limitate dalla convivenza? Ma ovvio! Lo pongo come pacifico dato di fatto. È lapalissiano che non ci si imbarchi in una simile impresa se non si ha una simile disponibilità. Personalmente, aggiungo che anche in fase di creatività autonoma il processo è tutt’altro che esente da spietate autocensure sulle proprie convinzioni. Ma, questa, non mi sento di vendervela come una verità universale.
Il pregio di comporre in quattro trovo sia, innanzitutto e molto semplicemente, il divertimento che c’è nel fare le cose assieme. E poi, certamente, il fascino di trovarsi fra le mani un risultato che è proprio, eppure vive anche di ascendenze non nostre. Immagino – non lo so – che la sensazione sia un po’ quella “genitoriale. Una terza ragione è certamente la bella e migliorativa abitudine all’utopia, perché la finalità artistica di una simile unione rimane, a mio avviso, pur sempre tale – almeno nella declinazione perfetta – ma, appunto, non per questo meno necessaria.
Alla domanda, su quale sia – pur sempre ci sia – una cifra originale nel progetto del collettivo In.Nova Fert fatico a rispondere. E non certo per falsa modestia. Vediamo. Di gruppi di compositori uniti da manifesti e idealità ne ricordo tanti e magari anche di collaborazioni a firma comune, ma ad apporto individuale. Poi c’è anche il precedente del celebre Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, ma, come svelato dal nome stesso, non è esattamente sovrapponibile al nostro esperimento. Sì, in effetti, fatta eccezione per il collettivo Nu/thing, pioniere indiscusso, non conosco un gruppo che abbia la stessa modalità di lavoro, nella cosiddetta “classica contemporanea”. Una modalità che invece è storicizzata e tradizionale nel nostro Paese in campo letterario (collettivo Wu Ming, collettivo Kai Zen, collettivo Paolo Agaraff e il progetto SIC). Il perché è però presto detto: la narrativa è un’arte per antonomasia semantica, peculiarità invece quasi estranea alla musica. Un lavoro collettivo su materiale non semantico è infinitamente più difficile perché meno oggettivistico.
Spero con tutto il cuore che la vita e il tempo mi consentano perciò di continuare con Alessio, Livia e Marco questo esperimento così bello – posso usare questo aggettivo semplice e tanto bistrattato? – e che lo stesso possa germogliare in risultati sempre più artisticamente validi. Per questo, non posso non ringraziare Claudio Pasceri che ha visto e creduto nelle potenzialità di questa esperienza in fasce con la generosità del vero mecenate, puntando con noi su questa scommessa.

Diego

da sinistra a destra, Alessio Romeo, Marco Pedrazzi, Livia Malossi, Claudio Pasceri e Diego Tripodi


Non si è trattata della mia prima esperienza di residenza artistica – occasione che trovo sempre formidabile perché capace di donare un’aura di rispettabilità all’ozio. Devo dire che non mi è mai capitato di vedere il lavoro di gruppo come una limitazione in sé: tolto il fatto che nemmeno la commissione esisterebbe se non esistesse il gruppo, di certo il risultato finale è altro da me, non un “mio’’ brano, un’espressione della mia personalità, ma di quella di un insieme, al quale io ho contribuito. Forse deriva dal mio essere sempre in relazione con una collettività, che sia essa una squadra sportiva o una semplice classe; da che io ricordi lo ‘stare insieme’ è per me una rete che avvolge qualsiasi ambito, dalla quale non posso esimermi. L’esercizio dell’attività nell’atto compositivo collettivo rispecchia per me il modello sociale civilizzato, nel quale io, cittadino, sono vincolato da norme convenute per evitare di danneggiare l’altro (e soprattutto per evitare di essere danneggiata io stessa!). Nella Repubblica In.Nova Fert vige una seriosa democrazia che si piega più spesso alle tendenze anarchiche: tolto qualche momento di voto in ambito organizzativo (il fatto di essere al tempo stesso compositori, esecutori e organizzatori di eventi non aiuta la già ben articolata rete di relazioni), non abbiamo ancora redatto un nostro codice di Hammurabi. La differenza tra In.Nova Fert e il mondo reale sta tutta in questa delicata fortuna, che comunque alimentiamo con cura: nel non sentire cioè la necessità di definire delle regole, poiché i valori che ne stanno alla base sono tutti spontaneamente condivisi da tutti e quattro, senza bisogno di imporne l’approvazione o il rispetto. E questa, lo garantisco, è un’enorme facilitazione del processo.
Dall’altro lato credo anche che parte del nostro funzionale stare insieme derivi da un radicato senso del rispetto per l’altro, sviluppatosi più che altro negli anni. È una condizione che mi ricorda però uno stare a debita distanza all’interno del proprio recinto, delineato con opportuni paletti, cercando di non sconfinare nel recinto altrui; privandosi, per timore di disturbare, di quella giustificabile curiosità per il territorio dell’altro. In Dìa Logos c’è la scelta di mantenere separate le identità musicali dei componenti, lasciando la gestione del materiale di ogni sezione all’autore della stessa e operando poi una supervisione comune, sulla scia del modello del gruppo nuthing che aveva operato similmente ne “I mille fuochi dell’universo’’. È un metodo che funziona e mantiene intatte, vive e lucenti, le nostre personalità, senza andare a discapito dell’unità formale: ma non è ancora una vera e propria composizione collettiva, nata da una matrice unica rappresentativa della nostra intesa e dotata di nucleo generativo condiviso da cui far scaturire poi il resto del materiale.
Utopia? Vedremo.

Livia


Un’idea ti può cogliere in qualsiasi momento. A quel punto sei obbligato a focalizzarti su di essa, scomporla nelle sue caratteristiche e potenzialità di sviluppo, per poi ricomporla in qualcosa di più strutturato. L’idea comincia così a prendere forma, e continuamente si rafforza per via di connessioni che riesce ad instaurare con altro materiale musicale o, talvolta, con differenti suggestioni che in quello stesso momento provengono da elementi esterni. Per giorni interi si ha l’impressione di guardare con occhi nuovi un quadro già visto tante volte, o di leggere quella stessa idea fra le righe di un libro che si stava leggendo da molto tempo prima. E così l’idea non solo si sviluppa ruotando su se stessa, ma comincia a concretizzarsi proprio nel momento in cui instaura legami con altre idee. Il fatto poi che il brano musicale che ne scaturisce corrisponda appieno a quella molecola di idee prima soltanto immaginata, è un fatto meramente tecnico… ma la convinzione del compositore, in quei faticosi giorni di “traduzione” dell’idea su carta, è talvolta così assoluta e totalizzante da far perdere di vista tutto il resto. Questo è il problema maggiore che insorge, a mio avviso, quando si lavora a più mani sullo stesso brano: saper scendere a compromessi con persone che hanno una propria visione del mondo e della Musica, nonché un proprio modo di lavorare e di esprimersi, di pensare e di scrivere. Può succedere di lavorare per ore su qualcosa che poi, per un motivo o per un altro, viene scartata dagli altri, e l’affetto cieco che si prova nei confronti di quella propria idea riesce difficilmente a passare in secondo piano. Ci si chiede dove si è sbagliato – non riuscendo sempre distinguere che un giudizio dato da altri su una propria ispirazione musicale non è assolutamente un giudizio personale – oppure ci si tormenta di non essere riusciti a comunicare compiutamente la propria idea, perché in te era invece così chiara e convincente che se gli altri potessero immaginarla con la tua mente la amerebbero di sicuro…! Ma non è così, ovviamente, ed un lavoro collettivo deve riuscire ad esprimere tutti, ma in un certo senso nessuno, o non sarebbe tale. Ed è esattamente questa difficoltà che, in compagnia di persone intelligenti e sensibili, può diventare un grande punto di forza. Scrivere alcune battute sapendo che prima o poi dovranno essere giudicate da tutti, costringe ad un altissimo livello di pre-selezione. Si è costretti a mettere da parte quella febbrile attenzione che un compositore rischia di rivolgere ad una qualsiasi idea sul nascere, in favore di un pensiero lucido che “da fuori” giudichi coscienziosamente il perché ed il per come si dovrebbe o meno perseguire proprio quell’idea. Mi verrebbe da dire che più ancora dei fondamentali incontri in cui ci confrontavamo sui nostri appunti, ho trovato sbalorditivo sentire “a priori” il Collettivo che, come angioletti o diavoletti sulle mie spalle, in fase di stesura mi ammonivano da possibili errori o ingenuità. Sono dovuto uscire da quella bolla egocentrica che, in fondo, è scrivere un brano, rischiando di parlare solo a se stessi davanti ad uno specchio. Non mi risultano ci siano esperimenti come il nostro, se non forse qualche antico gruppo nobiliare giapponese che adottava una scrittura collettiva per le poesie (i Renga) o qualche gruppo americano contemporaneo che, in pieno stile da “rock band”, relega questa modalità ad una collettiva esperienza poco più che improvvisativa, in un laboratorio che non credo abbia la pianificazione e la serietà del nostro. Così come un’idea prende forma nel momento in cui intesse relazioni con altre idee, il nostro brano musicale è nato dalla relazione che abbiamo saputo instaurare fra noi, costringendoci ad un grande rispetto reciproco, ad una conoscenza profonda, un lavoro intenso ed un senso di responsabilità superiore.

Marco