Viaggio in Cina

Chengdu, Cina | foto di Claudio Pasceri

La seconda metà del mese di dicembre 2019 che va concludendosi ha costituito per il mio amico e collega Adrian Pinzaru e per il sottoscritto un’esperienza notevole nello Sichuan, presso la città di Chengdu. Masterclasses e concerti da camera e solistici con musicisti cinesi ci hanno offerto una grande opportunità di confronto, di scambio e di relazione.

L’identità di una cultura millenaria come quella cinese si rivela forte e definita anche durante il lavoro musicale. Se è evidente come , suonando musiche di Bach o Vivaldi, esista un codice comune per tutti i musicisti, è pur vero che ciascuno strumentista e ciascun individuo (o membro di una comunità) possano interpretare  tale codice in forma assai diversa. Per chi provenga dall’Italia, custode di infinita bellezza e grande tradizione artistica, l’incontro con una cultura altrettanto ricca e straordinaria come quella cinese genera situazioni di profondo interesse e grande stimolo intellettuale. Uno degli aspetti più significativi sul piano professionale ho trovato sia l’articolazione delle priorità, cosa abbia maggior rilevanza e cosa sia secondario nell’approccio alla musica. Vi sono dunque momenti del lavoro artistico che vengono  percepiti e affrontati con diversa attitudine, tanto per quanto riguarda gli aspetti tecnico strumentali, quanto per quelli interpretativi ed esecutivi che per quelli relazionali e legati alla collaborazione tra musicisti.

Perché sento il bisogno parlarne e trovo coerente farlo all’interno di un contenitore che si occupa di musica contemporanea come Bagatelle ? Perché considero che, prima ancora che l’opera musicale in sé, sia l’ascolto che di essa si fa ad essere più o meno vivo, attivo, vibrante, “contemporaneo”. Intendo dire che un approccio passivo, abitudinario, privo di azione critica verso ciò che si sente e si percepisce, possa appiattire (addirittura annichilire) la musica che abbiamo di fronte. Un atteggiamento che rimetta in discussione molti aspetti della modalità di fruizione della creazione musicale e che provi a considerare quest’ultima con rinnovato spirito critico può, se non generare, sicuramente ricreare l’opera d’arte. Credo dunque che anche un brano di Vivaldi possa essere “contemporaneo” se le capacità di astrazione e di rielaborazione del materiale musicale e sonoro di interprete e pubblico siano parallelamente dinamiche, coerenti e libere.

Osservando i colleghi musicisti ed il pubblico durante le giornate di lavoro e di esibizione in concerto, ho trovato che questo approccio sia presente nella realtà nella quale mi sono trovato. A scapito di letture poco ortodosse rispetto alla tradizione o modalità di ascolto non sempre convenzionali , la lucidità verso il reale contenuto artistico ed un’osservazione genuina della materia musicale si sono spesso rivelate molto stimolanti. Senza voler provocatoriamente mettere in discussione competenze ed esperienze sedimentate in secoli di storia della musica, considero che “spogliarsi” di alcuni fardelli e provare a cambiare punto di vista possa aiutarci ad andare ancora più in profondità nella lettura di un’opera d’arte e coglierne con più nettezza il nucleo, l’essenza. 

Ricordo di aver letto un’intervista di Tan Dun, il grande compositore cinese, nella quale dichiarava non solo di non aver mai ascoltato prima dei diciotto anni d’età una sinfonia di Beethoven ma di non sapere neppure chi fosse quest’ultimo. Ebbene, questa tardiva scoperta ha forse permesso a Tan Dun di conservare un immaginario musicale ed una libertà interiore del tutto personali e saldi, fare la conoscenza dei grandi maestri della musica classica occidentale con relativo ritardo non gli ha impedito certo di mantenere una propria autonomia musicale, sia pure in costante equilibrio con l’assimilazione del portato della storia. Tan Dun ha saputo quindi affrontare, in tappe distinte della propria attività creativa, tanto una produzione d’avanguardia assai sofisticata ed elegante quanto significative e ormai celebri musiche da film.  

Chengdu, Cina | foto di Claudio Pasceri

Il confronto tra mondi e culture imponenti, stratificate e lontane, offre sempre l’opportunità di fluida penetrazione, di reciproca osservazione e, al contempo, momenti di inevitabile e comprensibile opposizione e rifiuto. La complessità e le proporzioni dell’incontro tra Occidente ed Oriente sono in tutta evidenza notevoli.

Questo recente viaggio in Cina mi ha dunque  fatto riflettere significativamente su come, prima ancora che la musica stessa, siano la predisposizione all’ascolto e l’equilibrio tra libertà e senso critico nell’approccio all’opera d’arte a poter risultare contemporanei.

Claudio Pasceri, violoncellista e Direttore artistico EstOvest Festival