Call for scores “Ghènos Beethoven”

Gli ultimi 50 anni di Beethoven

Ho sempre trovato illuminante la definizione articolata di “Classico” data da Umberto Eco, non è “Classico” ciò che raggiunge determinati vertici estetici che confinerebbero l’oggetto nel territorio sdrucciolevole del gusto, bensì è “classico” ciò che è risultato determinante nella creazione del pensiero collettivo e direi anche dell’inconscio collettivo.  “L’Iliade” non è per forza la storia più grande e bella della letteratura antica, ma sicuramente ha al suo interno dei “topos” narrativi divenuti poi dominanti in tutto lo sviluppo successivo dell’arte drammatica e del racconto in generale.

Quando si parla di musica, e di compositori, bisognerebbe quindi forse filtrare la ricerca attraverso questo criterio. “Classico” non è ciò che sta lì, un “punto fermo”, ma ciò che continuamente informa il nostro divenire e agire, perché è nel divenire e nell’agire che si costituisce la nostra identità. Quest’”anno beethoveniano”, che rimarrà alla memoria purtroppo per altri accadimenti, potrebbe e dovrebbe costituire un’occasione per interrogarsi sulla figura del genio di Bonn e di quanto ancora ci riguardi, di quanto in un certo senso ancora si “nasconda” dietro molte nostre pratiche, gesti, pensieri musicali. Una strada percorribile potrebbe consistere nell’osservare anche come muti la sua immagine con il mutare della nostra sensibilità, perché senz’altro il suo modo di “abitarci” cambia con il tempo, cambia con noi.

Usiamo subito una lente specifica: osserviamo il nostro sguardo su di lui per com’era 50 anni fa, durante il bicentenario del 1970(i 200 anni dalla nascita), attraverso diverse opere commemorative di importanti compositori. Può essere un approccio interessante per avvicinarci al cuore della questione.

Siamo a due anni dall’esplosione della protesta studentesca e giovanile del 1968 ed in piena guerra fredda. Sono gli anni della liberazione sessuale, delle lotte in America per i diritti civili, ma soprattutto sono gli anni della messa in discussione del principio di autorità, sia essa culturale, familiare o politica. Anche in musica il pensiero antiautoritario si manifesta in una messa in discussione totale dei canoni estetici borghesi, del concetto borghese di “bello” che, rifiutato, porta ad esplorare fonti e forme sonore non convenzionali. 

La prima cosa che possiamo dire è che in quegli anni Beethoven suscita sentimenti contrastanti: da una parte viene visto come  l’emblema della cultura dominante, un simbolo del conservatorismo costitutivo della cosiddetta “musica classica” (intesa in senso lato), e, anche, come un rappresentante di quel nazionalismo tedesco così violento in un recente passato; ma dall’altra continua ad essere anche il portatore di una forza eversiva e liberatoria, simbolizzata perfettamente nell’amore che il personaggio di Alex  in “Arancia Meccanica” (1971) prova per lui e per la sua capacità di accendere impulsi atavici e primitivi.  Questa dialettica sarà alla base di quasi tutte le opere composte per le celebrazioni del bicentenario.

De Negen Symphonieën van Beethoven voor Promenade Orkest en Yscobel

 fu un “omaggio” che  Louis Andriessen scrisse nel 1970 per l’occasione: vari estratti dalle nove sinfonie del compositore tedesco si mescolano con musica popolare, l’Internazionale socialista, l’Inno olandese ed altri brani musicali. L’intento “politico” è quello di “de-tronizzare” Beethoven, inserendolo in un multi-contesto libero dalle forme in cui è abitualmente avvolto. Andriessen era davvero un compositore “militante” e possiamo pensare che quest’orizzonte interpretativo sia plausibile. Discorso diverso per Kurzwellen für Beethoven di Karleinz Stockhausen, più conosciuto come Op.70.

Kurzwellen für Beethoven di Karleinz Stockhausen

Si tratta di un brano per pianoforte, electronium, tam-tam e viola in cui gli esecutori hanno anche  dispositivi radiofonici che ricevono estratti di brani beethoveniani con i quali possono interagire, rispondendosi  anche tra di loro. Qui Beethoven è una presenza “spirituale”, che costituisce la possibilità di esplorare diversi stati di coscienza, attraverso processi improvvisativi ed intuitivi. Abbiamo qui chiaramente un elemento che ci rimanda al noto misticismo di Stockhausen, ma forse ci dice qualcosa anche di un’altra componente del mondo beethoveniano, e cioè  dell’esistenza di una forza spirituale libera da cornici confessionali. E’ probabilmente a questa forza che Stockhausen guarda, ritenendola ancora dotata di una certa carica generativa.

Un altro caso è quello di Ombres di AndrèBoucourechliev

Ombres di AndrèBoucourechliev

brano per 12 o 24 archi che rinuncia invece alla tecnica del collage per integrare elementi presi dal testo beethoveniano in un discorso unitario, compatibile con lo stile del compositore. La riconoscibilità della fonte è quindi spesso bassa, come in parte lo stesso titolo indica, e costituisce da questo punto di vista una testimonianza più personale di come alcune unità minime del discorso beethoveniano possano intrecciarsi in una trama compositiva diversa, dimostrando l’intrinseca libertà del materiale originale.

Il lavoro presentato quell’anno e poi divenuto nel tempo più famoso è però sicuramente Ludwig Van di Mauricio Kagel.

Ludwig Van di Mauricio Kagel

opera che si articola in un film, una registrazione e un brano strumentale.

Il film costituisce un’iconica riflessione sulla società del consumo: Beethoven è il protagonista, rinato negli anni 60, ed è alla ricerca del suo vero volto, ma fatica a trovarlo. L’uso delle sue opere si è trasformato in abuso, la sua forza eversiva è divenuta prassi istituzionale di un concertismo rivolto a persone mature e anziane, ed il suo temuto sguardo è uno dei tanti brand dell’industria capitalistica.

Anche il brano strumentale omonimo costituisce un tentativo di ritrovare la forza del gesto beethoveniano, combattendo l’abitudine percettiva disorientandone l’ascolto: frammenti presi da diverse composizioni si alternano, si sovrappongono e così a volte è possibile percepirne la potenza originaria. Il segno di Beethoven ha perso il suo spirito, ha nascosto il suo volto, e necessitiamo di pro-vocarlo per risentirlo nuovamente. La performance originaria si svolgeva in un’artificiale ricostruzione dello studio di Beethoven con spartiti appesi ad ogni parete: i musicisti dovevano suonare liberamente quegli estratti, mettendo quindi in gioco anche abilità improvvisative.

Adesso fermiamoci: che cosa possiamo evincere da questo quadro generale? Molti di questi lavori, a prescindere dalle cornici interpretative e culturali che abbiamo già trattato, si basavano su un’opera di frazionamento e de-contestualizzazione del materiale musicale. Siamo negli anni in cui la stessa idea di “narrazione” viene messa in discussione, e questo è evidente anche nei brani citati (e nello stesso tempo dice qualcosa di già molto noto sul peso specifico delle unità minime del discorso beethoveniano). 

Un’operazione simile, oggi, dovrebbe quantomeno confrontarsi con l’evoluzione del concetto di “forma” e di “narrazione” avvenuta negli ultimi decenni (diciamolo più chiaramente: con il loro recupero).

E per quanto riguarda l’aspetto “politico”, invece?  

Dal nostro orizzonte sono sparite le grandi contrapposizioni ideologiche e i loro massicci filtri interpretativi, ma con essi è anche venuta meno una generale tensione ideale, ed è probabilmente a quest’assenza che Beethoven continua a bussare, interrogando il nostro desiderio conscio o inconscio. 

E’ sempre più evidente però che la sfida del nostro tempo consista nel dare a questa tensione ideale una veste diversa da quella ideologica, la cultura e la formazione avranno il compito fondamentale di costruire un paradigma esperienziale e conoscitivo policentrico, democratico, capace di riflettere sui suoi assunti e le sue stesse superstizioni, di interrogare continuamente la propria conoscenza e il proprio modo di conoscere. Ecco perché per quest’anniversario beethoveniano chiediamo ai compositori di riflettere sul “Ghènos”, sulla matrice del loro ricordo/rapporto/memoria con Beethoven. Chiediamo di cercare e vedere ciò che c’è di Beethoven in loro che non sapevano di avere, di attuare quella che potremmo chiamare una “genealogia della conoscenza musicale”. Questo è il senso della Call “Ghènos Beethoven”.

Matteo Manzitti, Direttore artistico Le Strade del Suono