Vivere di musica, ai piani bassi

La testimonianza di Alessio Pozzobon è significativa perché racconta il punto di vista di chi “vive di musica” da dietro le quinte. Anzi, dire “dietro le quinte” è poco e Alessio ci tiene a precisare che all’inizio della sua esperienza stava ben dietro il palco, ben dietro i camerini, ben oltre l’ultima porta sul retro. La sua narrazione è ancora più significativa perché racconta di “Arcella bella” e quindi ci accompagna in Arcella, in una delle zone più abitate della città di Padova, a ridosso della stazione, in un quartiere multietnico in cui la musica e l’arte – assieme al forte senso di appartenenza alla comunità espresso dai residenti – avvicinano le persone, rendono più forti i legami, aiutano a risolvere e mediare i conflitti. Gli interventi del Comune di Padova e il tessuto sempre più ricco di associazioni hanno reso possibile, di anno in anno, la rinascita del quartiere: i ristoranti etnici, i nuovi bar e locali per universitari, le iniziative per il quartiere pilotate dalle scuole e dalle parrocchie, i murales, le sculture, stanno trasformando ogni strada in una nuova realtà. C’è anche la pagina su FB che si chiama Arcellatown: irriverente, ironica e creativa, ti fa venire voglia di fare un giro a vedere l’Arcella, se ancora non la conosci. È una pagina nata prima della rinascita del quartiere che oggi continua ad accompagnarlo, giorno dopo giorno, per ricordarci ancora una volta che la creatività vede prima, anticipa, indirizza gli eventi. E se la musica e l’arte  contribuiscono alla rinascita di un quartiere, il racconto di Alessio Pozzobon può aiutarci a riflettere sulla condizione di chi vive la musica con intensità, seppure da dietro le quinte.

Introduzione di Sara Mazzarotto, violinista

Acme 107 e SteReal, Murales Via Pierobon, Arcella, Padova


VIVERE DI MUSICA, AI PIANI BASSI

La banale locuzione “vivere di musica” ha molte sfaccettature. Una di queste, forse la più popolata, rappresenta i famigerati mestieranti dello spettacolo. Io mi ci sono affacciato timidamente e il punto di partenza di quella che è al momento la mia attività remunerativa era posizionato ben dietro il palco, ben dietro i camerini, ben oltre l’ultima porta sul retro. 

Piombato all’università di Padova passando dal mondo del lavoro, invertendo quindi il processo, un’allora forte propensione al partecipare ai semplici concerti di band locali mi ha permesso di poter gravitare attorno all’attività di un collettivo di ragazzi che organizzavano concerti, che diventavano riuscitissime feste tra studenti universitari. 
Il collettivo si chiamava Sotterranei e in freddo burocratese era nient’altro che un’associazione culturale. Anzi, la solita associazione culturale di giovani imberbi con delle idee decise riguardo alla pianificazione dell’intrattenimento musicale. 

Alessio Pozzobon 

Ho iniziato curioso e divertito aiutandoli con il semplice volantinaggio ed altre noiose mansioni che non vi elenco per non  annoiarvi.
Seguendo da anni l’ambiente dei concerti, dai più piccoli e anarchici ai più strutturati, ho sempre trovato gruppi di persone che mettevano a disposizione degli altri il loro tempo per creare spazi d’incontro e spazi d’ascolto. Nel migliore dei casi prendevano poi la forma di associazioni, appunto, riviste di musica, studi di registrazione, etichette di band con poco seguito sul territorio e altre attività correlate. 

La realtà della quale vi parlo, invece, grazie all’approccio imprenditoriale tutt’altro che scontato del suo nucleo iniziale, è passata dal mettere in piedi semplici concertini con offerta alcolici, avente come “casa” un bar dimenticato dalla movida, e probabilmente anche dalla legge, all’organizzare nel giro di pochi anni un festival estivo della durata di diversi mesi (Arcella Bella), a creare un format di musica classica suonata in luoghi suggestivi quali castelli, arene romane e ville antiche (Clair de lune), all’avere un ramo della società che lavori nella comunicazione aziendale (Big Maff), un altro che si occupa della promozione delle band emergenti, un impegno nell’editoria musicale ed etichetta per artisti (Dischi Sotterranei). All’orizzonte c’è l’apertura di un proprio bar e, passo a mio avviso molto importante per una visione proiettata al futuro, di un proprio ufficio dove lavorare.

Arcella Bella, scatto dal retro palco


Io mi occupo di seguire la produzione degli eventi e di qualche altra bagatella. Mi muovo sulle disposizioni di gente più addentrata di me nel settore musicale. Questo mio impiego vive perché delle persone vogliono creare concerti. Onestamente me ne vergogno, ma posso cinicamente dire che vivo di musica, vivo grazie al bisogno delle persone di partecipare a eventi musicali, che fa sì che qualcuno li debba realizzare.
Tutto ciò è spesso impensabile per chi, come me appunto, arriva da fuori settore. Spesso mi è parso di cogliere, tra le varie iniziative culturali alle quali partecipavo, la mancanza di una formazione professionale. Routine stabilite, approccio sempre al rilancio e al rialzo, grande attenzione alla gestione, sono tutti momenti che non sorgono spontanei quando il retroterra è composto di hobby e passioni giovanili, il tutto centrifugato con la forza propositiva e libidinosa dei vent’anni.

Arcella Bella, scatto dal retro palco


Tutto ciò ha portato al formarsi di un settore frequentato da occasionali, non registrato, non legalizzato, non organizzato come una forma lavorativa qualsiasi dovrebbe invece prevedere. Ecco che allo stress-test causato dalla pandemia, all’annullamento di un anno intero di lavoro, sono sorti dei problemi gravi. La mancanza di mansioni riconosciute a livello burocratico, atte a definire e stabilire tutto il percorso che porta alla formazione di un evento e il personale che ne è coinvolto, hanno fatto sì che non esistessero delle forme di ristoro adeguate per la categoria. Semplicemente perché la categoria parrebbe non esistere. La sua natura di genesi dal basso e dalla sola iniziativa personale, ha portato a una costante mancanza di credibilità economica, e mi arrischierei di dire di dignità sociale. 

Di tutto ciò, l’elemento che vedo mancare rispetto al lavoro tradizionale è la credibilità da parte del mondo esterno. Banalizzando, mia madre non crede ancora che io stia lavorando, ma se partecipasse ad una intensa e fruttuosa giornata che porta alla creazione di una serata riuscita, qualsiasi tipologia di spettacolo essa vada ad offrire, cambierebbe idea. 

Cosa manca quindi? Dal punto di vista professionale direi un fronte comune che lotta per il riconoscimento di uno status che non sia più quello precario di ora, e delle sue relative necessità che è ormai impossibile ignorare: le recenti manifestazioni in Piazza del Duomo a Milano della manovalanza degli eventi musicali ne sono la dimostrazione. Più letterariamente invece vi direi che la mancanza fondamentale è una narrazione corretta del lavoro che lo spettacolo comporta. Servono più voci che escano dall’acqua sotto la punta dell’iceberg. Mi affascinerebbe vedere in futuro il mio paese come quello in cui si parla sì dei musicisti, ma anche dei posti che “fanno” musica, del loro ruolo nel divulgarla e di chi se ne prende cura, rendendo possibile il loro mantenimento nel tessuto sociale, culturale e lavorativo. 

Alessio Pozzobon, organizzatore di eventi

Immagine di copertina: Tony Gallo, Murales Stadio Colbacchini, Arcella, Padova
Photo by Videoe20 – Menapace