La voce è tutto ciò che ho.

“Chi canta a tavola e a letto è un matto perfetto!”.

Me lo diceva sempre mia nonna quando ero piccina e capii subito che non ci sarebbe stato un granché da fare.
Io canto moltissimo sia a tavola che a letto perché la voce è per me uno strumento di comunicazione praticamente assoluto.
La voce è imprescindibile veicolo d’espressione sia della parola che della musica, condividendo con la prima la possibilità significante e con la seconda un’unione primordiale che ne fa uno strumento archetipo.
Quindi matta sì, ma per una buona ragione.

Perpetual Possibility, performance per sola voce ed elettronica, nasce concretamente nel 2019 ma il suo nucleo è stato concepito molto prima quando l’esigenza di stabilire uno spazio di totale indipendenza e ricerca per il mio strumento mi ha spinta a lavorare e creare in quella direzione.
E’ stato tuttavia un viaggio piuttosto graduale.

La prima spinta che ricordo è legata sicuramente alla figura di Jen Shyu, artista/compositrice/poli- strumentista e danzatrice, con cui ho avuto il privilegio di condividere una parte del mio percorso formativo e la cui performance in solo mi ha profondamente impressionato non solo come cantate e performer ma soprattutto come spettatrice e amante dell’arte.

Un lavoro più formalmente concreto l’ho cominciato poi al RMC di Copenhagen durante il mio Master, dove grazie ad una delle mie relatrici cominciai a scrivere musica per sola voce (invece di pensarla intrecciato ad altri strumenti in un ensemble) e ad avvicinarmi all’utilizzo di programmi di scrittura musicale che supportassero un vero e proprio nuovo modo di approcciare la composizione stessa (Ableton e Logic).


Era l’autunno del 2016 e la maggior parte delle mie energie creative era sicuramente direzionata alla composizione per ensemble. Era appena uscito il mio disco in quartetto (allargato a sestetto e settetto in alcune tracce) Tomorrow e cominciavo a dedicarmi allo sviluppo di un nuovo repertorio che approfondisse la mia passione per la composizione seriale, la ricerca di una sintesi timbrica elettro-acustica e l’utilizzo formale di pattern melodico-ritmici sovrapposti ed incrociati. 
Quasi l’intero scheletro del mio secondo album uscito nel 2018, EMIT – Rotator Tenent  è stato infatti concepito nelle meravigliose stanze del RMC (che ancora rimpiango).
Malgrado tutto il lavoro fosse diretto alla creazione di un suono di ensemble -quartetto per voce, sax alto, basso elettrico/elettronica e batteria- proprio la distanza geografica (la mia band risiedeva tutta in Italia) mi permise di stabilire una routine di pratica strumentale, compositiva e di ricerca timbrica da solista, il cui spirito finì nella traccia in apertura dell’album, successivamente nelle performance dal vivo e alla fine nel lavoro di creazione di Perpetual Possibility.
Infatti in quel periodo trascorsi molto tempo a lavorare sulla pratica quotidiana di improvvisazione/ composizione attraverso cicli di pattern ritmico-melodici basati sulla combinazione di lettere e numeri.
Ad esempio sceglievo una parola, spesso in inglese perché era la lingua che effettivamente parlavo di più in quel periodo, come ‘awareness’ e creavo uno schema basato sulle lettere contenute nella parola e il numero che occupavano all’interno dell’alfabeto. Le lettere che corrispondono alle note musicali -A, B, C, D, E, F, G- formavano il pattern melodico e le altre il pattern ritmico, intrecciandosi e sovrapponendosi poi secondo uno schema preciso di regole. Questa pratica mi permise di rafforzare notevolmente il mio ‘orecchio relativo’ creando un più o meno ordinato magazzino di ‘suoni assoluti’ diventati tali attraverso un assorbimento mnemonico involontario, attraverso il quale anche adesso posso sentire una data sequenza armonica anche se nessuno strumento armonico la sta palesando o posso intonare correttamente la prima nota di un contrappunto malgrado non sia nata con l’orecchio assoluto’.
Questo lavoro ha inoltre ampliato mia comfort zone a livello melodico e ritmico, tanto da spingermi poco dopo a concentrarmi sulla costruzione di una performance per sola voce.

L’utilizzo di supporti elettronici per me è iniziato nel 2015 con la scoperta casuale del Kaosspad (un campionatore) alla festa di un amico, ma che ho immediatamente inserito nel mio set affascinata dalla possibilità di interagire con uno strumento molto sensibile e reattivo, ma il cui esito ha sempre un buon margine di imprevedibilità. 

Per me si trattava della possibilità di utilizzare una specie di percussione elettronica il cui suono attingeva dalla tradizione EDM come da quella Noise, creando un ‘amorevole’ contrasto con la mia voce e con la musica che scrivo, ma soprattutto di poter interagire/creare interplay con le scelte random di una macchina invece che di un altro musicista.
Nella creazione del mio set in solo invece sono andata ricercando anche altri supporti elettronici, soprattutto per conferire uno spettro ampio di possibilità timbriche e creare così un’identità specifica per ciascuno dei capitoli della suite, con la volontà però di mantenere un’equilibrio strumentale che esprimerei così—> elettronica : voce = 2 :

Perpetual Possibility è dedicato ad alcuni passaggi contenuti nei versi dei Quattro Quartetti di T.S. Eliot, una scelta che posso banalmente spiegare così: adoro la poesia e scriverci sopra musica perché è ricca di immagini che la musica può interpretare o contestualizzare e di cadenze e perché amo T.S. Eliot e lui amava la musica e questa raccolta ha già di per sé una forma musicale che mi ha ispirato a misurarmici come interprete e improvvisatrice/compositrice.

Dopo alcuni mesi di ricerca, parte che ritengo fondamentale per la creazione di qualcosa che ci appartenga veramente soprattutto a livello performativo, la forma della performance si è concretizzata in una suite con otto temi:

I. Footfalls echo in the memory dove con un approccio quasi didascalico sviluppo e sovrappongo le due evocazioni dei passi e dell’eco, utilizzando un digital delay e una traccia pre-registrata di miei passi sul legno che filtro attraverso il kaosspad. Ho sviluppato un tema cantato prettamente melodico (una singola frase che continua a modulare senza soluzione di continuità) per ricreare il senso di riflessione e moltiplicazione del suono propri dell’eco.

II. Quick said the bird, creando un pad armonico e ritmico con l’utilizzo di un looper per chitarra, improvviso attenendomi all’immagine del volatile rivelatore che nei versi del poeta vuole condurre il lettore/ascoltatore a seguire ‘altri echi’. Il pad armonico e ritmico viene progressivamente disgregato, sfumando in un indistinto suono, ovattato dal riverbero.

III. Perpetual Possibility un tema per sola voce in cui ho pensato di evocare l’immagine della perpetuità attraverso la vibrazione e quella della possibilità proprio giocando tra due stanze sonore opposte per la voce, quella acustica (senza microfono) e quella amplificata (spesso con l’aggiunta di un magnifico reverb pedal per chitarra).

IV. Words move Music moves un pattern ritmico in ottavi (4+4+4+3) scandito dalle sillabe dei versi che viene inserito nel loop creando otto tracce di parlato con intonazione crescente, su cui improvviso in dialogo con un sintetizzatore.In questa sezione centrale ho inserito una cadenza di ispirazione timbrica puramente elettronica in cui utilizzo un altro sintetizzatore monofonico e il kaosspad.

V. All is always now come un continuum si sviluppa su questa cadenza elettronica con la creazione di un loop armonico creato da intervalli di semitono (cluster sound) e solitamente una sesta alla fine (partendo dalla nota iniziale).Il suono della mia voce è processato da un effetto del kaosspad.

VI. In my Beginning: un pad armonico funzionale creato loopando la mia voce, su cui improvviso su i tre parametri (armonico, ritmico e timbrico) facendo un utilizzo sempre più ‘esteso’ della voce e utilizzando tecniche come ‘growling’, ‘vocal fry’ e ‘inhaling’.

VII. Being between two lives la traccia pre-registrata di due campane tibetane accompagna la creazione di un piccolo mantra, il cui testo è sempre preso dai versi dei Quatto Quartetti. Questo viene ripetuto ossessivamente e progressivamente filtrato attraverso un distorsore, fino a raggiungere la frase culminante con cui si chiude.

VIII. (we shall not cease from) Exploration è una cadenza improvvisata per voce e kaosspad.

IX. *All shall be well è un finale bonus. Un breve brano che definirei una vera e propria divagazione sul tema, un omaggio alle immagini che i versi di Eliot hanno suscitato nella mia immaginazione. E’ un canto, un inno in bilico tra la speranza e la disperazione.

Chiaramente questa non è la ricetta ultimativa per nessuna performance e sono tuttora alla continua ricerca di ispirazioni, nuove sfide e strumenti che possano ampliare il mio bagaglio di performer.
Infondo quello che avevo in mente nel costruire la forma di questo materiale era proprio riproporre attraverso un mezzo diverso da quello della poesia, cioè attraverso la musica e la mia voce, lo stupore dolce e terribile dei versi di Eliot e la performance dal vivo rende questa ‘missione’ ogni volta un pochino differente. Si tratta ogni volta del mio umile, benché sudatissimo, punto di vista. Credo comunque profondamente nel dialogo tra arti e che ciascuna possieda il potere di avvicinare il pubblico a qualcosa che prima non conosceva, che sia la poesia ad avvicinare qualcuno alla musica o viceversa e così via in ambiti diversi e con arti diverse.

Camilla Battaglia, cantante