incroci.

“Le vie della musica sono infinite.”

Federico Calcagno e Michele Mazzini hanno la stessa età, ed hanno iniziato assieme a frequentare il Conservatorio di Milano come studenti di clarinetto classico. Erano ancora alle scuole medie. Ma dopo tanti anni a fare le stesse cose, si sono lentamente separati, fino ad arrivare a specializzarsi in musiche tra loro apparentemente opposte: la contemporanea e il jazz. 

Dopo la laurea, la fascinazione di Federico per i grandi jazzisti americani ha preso il sopravvento, e si è iscritto al biennio di Jazz.
Michele invece è rimasto nel biennio di classica, sempre più immerso nella contemporanea. Laddove Federico abbandonava gli spartiti, Michele assorbiva pentagrammi sempre più dettagliati.

Federico Calcagno


Poi qualcosa è cambiato. Stufo di uno studio musicale certosino, Michele si è iscritto ad un corso di improvvisazione presso l’Accademia Chigiana (Siena) e Federico rompeva i suoi legami con il jazz accademico più “classico”, avvicinandosi a sua volta al loro vero punto in comune: l’improvvisazione libera.

Quattro anni fa Federico si è trasferito ad Amsterdam per finire gli studi jazzistici e Michele, quasi a rincorrerlo, lo ha raggiunto un anno dopo per finire il percorso di contemporanea. Come in un arcipelago, le loro due isole, separate in superficie ma collegate nel profondo, hanno spesso trovato strade in comune. Quando arriva la bassa marea e nuove strisce di sabbia le uniscono, collaborano assieme a nuovi progetti. Tramite le continue esperienze nell’ambito della sperimentazione ed improvvisazione non idiomatica (non riferibile ad un genere preciso), continuano quindi ciclicamente a collaborare.

Michele Mazzini

Virginia Sutera, musicista attiva nel panorama dell’improvvisazione libera italiana, ha posto a Federico e Michele qualche domanda sui loro progetti e pensieri. In lei loro stessi hanno identificato la persona più adatta a ricoprire il ruolo di intervistatrice in quanto co-capitana del progetto di improvvisazione libera del quale sia Michele che Federico fanno ora parte: TMR (#tuscanymusicrevolution), loro più recente anello di congiunzione musicale.

Virginia:
Federico, vorrei che mi parlassi dei tuoi progetti.
Con lo Stab Freeze Collective che tipo di lavoro hai fatto? Tra le varie prove e l’esibizione finale si “cristallizzavano” delle composizioni, o era tutto diverso di volta in volta?

Federico:
Stab Freeze Collective vede una dozzina di musicisti provenienti dagli ambienti del jazz e della classica. Il progetto ha costituito per me un’occasione di ricerca nel campo della cosiddetta “Real Time Composition” che ha portato i suoi frutti. Mi sono potuto costruire un vocabolario di gesti con cui dirigere il gruppo, prendendo spunto sia dalla Conduction di Butch Morris che dal Soundpainting di Walter Thompson, ma anche da Frank Zappa. Il risultato sonoro è una divertentissima commistione di linguaggi. Da notare come sia i “classicisti” che i jazzisti abbiano avuto lo stesso modo di esprimersi e lo stesso grado di libertà in questo campo. Attraverso qualche indicazione è possibile costruire una composizione dal nulla. Ogni prova era una performance e viceversa! Quando si “cristallizzavano” dei momenti la responsabilità era del tutto mia, e gran parte del lavoro personale consisteva proprio nel ricercare una modalità attraverso la quale evitare la ricorrenza di tali momenti.

Federico Calcagno e lo Stab Freeze Collective

Virginia: 
parlami del tuo gruppo Liquid Identities: com’è nato e quale pensiero e modalità compositiva sta alla base del progetto? 

Federico:
Liquid Identities è nato come gruppo di improvvisazione in quintetto con clarinetto, pianoforte, violoncello e sax alto e batteria, mentre ero studente presso il Conservatorium van Amsterdam. In Liquid Identities la musica è perfettamente calata negli itinerari di Zygmunt Bauman, autore di Liquid Modernity, poiché pensata per dare spazio ad una morfologia non stabilizzata. Sottolineo così la mia preferenza per un suono di gruppo, che sia in grado di fornire più gamme di riferimento timbrico e quindi tener alta l’attenzione del pubblico. Il repertorio propone composizioni originali che strizzano l’occhio alla musica carnatica (dall’India del sud).

Virginia:
Michele, parlami del tuo progetto in solo, Light Blue. Come nasce, come è strutturato e in che modo ti vede polistrumentista? 

Michele:
Light Blue nasce a a Pavia come progetto strettamente legato all’acustica di un luogo nello specifico, tuttavia nel tempo l’ho plasmato a seconda di dove lo suonavo, ed ora è un programma che so riprodurre per esempio nella maggior parte delle chiese. Si tratta di un programma in cui mi destreggio ai miei tre strumenti: clarinetto, clarinetto basso e pianoforte. Il pianoforte lo suono da quando ero bambino, è stato naturale riprenderlo da quando ho iniziato a comporre e improvvisare a tempo pieno. Light Blue si struttura come un’offerta musicale a carattere sacro [canto – grido – corale – lamento – giubilo], che unisce però molte influenze diverse al suo interno. I brani non sono scritti, ma ogni volta che li suono ad un concerto e li registro divengono forme più controllate. In futuro diventeranno vere e proprie composizioni. Quando questo accadrà, forse smetterò di suonarle.

Michele Mazzini, Light Blue

Virginia:
Durante il lockdown hai lanciato un progetto di improvvisazioni a distanza. Parlami di come lo hai concepito e di come la distanza cambia il risultato di questa prassi, che solitamente vive solo in quell’attimo e luogo presente.

Michele:
Ho fatto di necessità virtù. Dopo anni a gestire un laboratorio di improvvisazione per la mia tesi di laurea, la discussione e il concerto sono stati cancellati a causa Covid. Dovevo in qualche modo portare a termine i miei laboratori di improvvisazione ma senza incontrare nessuno. A Practice of Music Distances  è un progetto piccolo, ma la reputo onestamente una bell’idea ricca di potenziale. Funziona come il gioco che si chiama “cadavere squisito”, in versione sonora: ogni traccia non deve superare i tre minuti. Un musicista invia ad un collega una traccia improvvisata suonata o prodotta con ogni mezzo sonoro possibile. Il secondo deve reagire registrando la sua parte improvvisata sopra la prima. La stessa cosa la fa un terzo musicista, per una traccia in trio, che registrerà senza sapere cosa il secondo componente sta suonando. È un gioco che funziona fino a tre passaggi perché più musicisti si aggiungono più il risultato diviene caotico. Ma molti dei risultati ottenuti sono sorprendenti e fantasiosi a dir poco! 

Virginia: 
Passiamo a domande più astratte. Michele, cos’è per te il suono?

Michele:
La mamma della musica. Il ritmo è il papa. Federico si occupa di ritmo ben più in profondità di me. Io spesso sono rimasto affascinato dal suono in sè, dal suo essere fondamentale e onnipresente.
Durante il primo lockdown ero ossessionato dalla musica tradizionale tibetana, per le stesse ragioni, e anche dal compositore Giacinto Scelsi, a cui devo tantissimo creativamente. Un progetto a cui sto lavorando ora, una composizione elettronica a carattere concreto, nasce tra l’altro da questa fascinazione.

Virginia:
Federico, Siena è un punto in comune tra voi due: seminari estivi di Siena jazz per te e laboratorio permanente di ricerca musicale per Michele: cifra comune la composizione estemporanea. Cosa vuol dire per te improvvisare? Che valore ha per te l’improvvisazione?

Federico:
Improvvisare significa smarrire la propria identità nel momento in cui la si trova. Sembra una contraddizione, ma in realtà è la prerogativa del vero artista, che pur di evitare la stagnazione è disposto ad abbandonare il suo passato e andare alla ricerca di nuovi orizzonti.
L’improvvisazione è un elemento vitale e di tutti i giorni nella nostra vita e non vedo come non possa essere presente nella musica. Negarla significherebbe la fine della creatività stessa.
Bisognerebbe eliminare il significato negativo che la nostra cultura associa alla parola improvvisazione, anche se non sono ottimista al riguardo. Questo lato negativo purtroppo non potrà mai sparire del tutto in una società in cui la mercificazione dell’arte e la logica del profitto focalizzano l’attenzione sul mero prodotto e mai sul processo. E l’improvvisazione non è altro che lo stesso processo creativo! 



Intervistatrice: Virginia Sutera

Articolo a cura di Michele Mazzini